16.08.2007
La ricerca ha un limite?
Fonte: Fondazione Bassetti
In un vecchio item di questa rassegna del 22 maggio 2003, Bohr
e Heisenberg a Copenhagen nel 1941: un chiarimento definitivo? si è visto
come l'opera teatrale rappresenti uno strumento estremamente adatto a rappresentare
il problema della responsabilità sociale dello scienziato di fronte
alle possibili ripercussioni della propria ricerca.
Al centro dell'articolo Ciò che
si può, si deve fare redatto da Sylvie Coyaud per le pagine culturali
del Sole 24ore del 5 agosto, in occasione del 41° Congresso
mondiale della chimica vi è la piéce Should've di
Roald Hoffmann, premio nobel nel 1981 (traduzione italiana Se
si può, si deve?, Di
Renzo editore, Roma).
«L'autore riassume così la trama: "Si apre con il suicidio
di Friedrich Wertheim, un chimico d'origine tedesca, che si sentiva colpevole
di aver consegnato ai terroristi un metodo semplice per creare una neurotossina.
Le circostanze e i motivi del suo gesto travolgono la vita della figlia Katie,
una biologa molecolare con idee molto diverse sulla responsabilità sociale
degli scienziati, del suo compagno Stefan, un artista concettuale, e di Julia,
la seconda moglie, separata da tempo. Cercano di resistere alla potenza trasformatrice
della morte e ne sono incapaci, dilaniati dai ricordi, dal passato che essa
fa affiorare portando a nuovi legami tra i personaggi". Katie vuole
ricreare in laboratorio il virus dell'influenza spagnola che uccise milioni
di persone alla fine della Prima guerra mondiale, Stefan prepara un'installazione
provocatoria che prende di mira la religione cattolica. Entrambi difendono
la propria scelta con argomenti razionali - è un'occasione imperdibile,
promette fama e carriera - senza accettare limiti né alla ricerca
della conoscenza, né alla libertà di espressione. E' Julia,
sentimentale, priva di ambizioni, a chiedere "se si può, si deve?"»
Giova ricordare che la riproduzione in laboratorio del virus della spagnola
non è un'invenzione drammaturgica di Hofmann ma la trasposizione letteraria
di una ricerca in atto; vedi sempre in questa rubrica l'item del 22 ottobre
2005 Il
virus che viene dal Nord.
Il quesito che la piéce di Hoffmann pone, di quale o nessun limite,
porre alla ricerca, sia essa scientifica ma anche artistica è un quesito
difficile, anche perchè i risultati della ricerca non sempre sono
univoci. Esitono infatti:
"opere stupende al servizio di ideologie mostruose e molecole bifronti,
stupende anch'esse, che il contesto, l'intenzione, o l'ignoranza trasformano
da benefiche in nocive".
"Hoffmann però non ha dubbi. Anche se molti miei colleghi
non saranno d'accordo, ritengo che certe ricerche non si devono fare",
diceva in un'intervista su Chemistry International di maggio. Pensa
che un codice etico della ricerca sia necessario perché gli scienziati
non nascono etici e la scienza non è eticamente neutrale".
"La soluzione non sta nell'insegnare una filosofia morale tagliata a
misura di ricercatore, aggiunge Hoffmann, ma nel coinvolgere scienziati e
aspiranti tali in gruppi di discussione su casi reali, in una discussione da
proseguire per tutta la vita."
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