09.08.2007
Cari chimici diamoci un’etica
Millecinquecento chimici arrivati da tutto il mondo si aggirano per il Lingotto.
Tre hanno avuto il Nobel. Dei tre, la star è Roald
Hoffmann, settant’anni
appena compiuti. Non tanto per il premio ricevuto a Stoccolma nel 1981. Hoffmann è a
Torino innanzi tutto come scrittore impegnato. La sua pièce teatrale Se
si può, si deve? ha aperto il congresso mondiale di chimica pura
e applicata che si tiene ogni due anni. E’ la sua sensibilità etica,
che interessa. Perché è in risonanza con molti dei temi dibattuti
in questi giorni nelle 230 ricerche presentate al Lingotto in 12 sessioni parallele.
Si parla di chimica e salute, chimica per l’ambiente, chimica e genetica,
chimica e protezione dei beni artistici, promesse e rischi delle nanotecnologie,
chimica e pace. Tutte questioni dove le formule devono fare i conti con la morale.
E la coincidenza con i vent’anni dalla scomparsa di Primo Levi, chimico
e scrittore essenzialmente etico, ha accentuato questa caratteristica del congresso.
In Italia il testo del dramma teatrale Se
si può,
si deve? è stato
pubblicato qualche mese fa dall’editore Di Renzo. Hoffmann continua a rimaneggiarlo.
A Torino ne ha presentato una nuova versione, con tagli e aggiunte. Ma il tema è quello:
le armi chimiche. Le responsabilità di chi in laboratorio le progetta,
anche contro le proprie intenzioni. Racconta la storia di uno scienziato che
inventa una neurotossina, un veleno che colpisce senza scampo il sistema nervoso.
Un gruppo di terroristi si impossessa della sostanza e la usa per commettere
un genocidio. Benché incolpevole, lo scienziato ne rimane sconvolto e
si uccide. Tre persone a lui vicine, l’ex moglie, la figlia e il suo compagno,
discutono il dilemma del ricercatore che deve scegliere tra la conoscenza - la
sua missione - e i rischi che un cattivo uso della conoscenza comporta.
Hoffmann ha una posizione che pochi suoi colleghi condividono, auspica una autocensura
preventiva: «Certe ricerche - dice - non si devono fare. Occorre un codice
etico della ricerca perché gli scienziati non nascono etici e la scienza
non è eticamente neutrale.» Insomma: invoca un primato della morale
sulla conoscenza. Anche la conoscenza pura, perché del tutto pura non
potrà mai essere.
Primo Levi, al quale l’altra sera alla Galleria d’Arte Moderna amici,
colleghi chimici e lo stesso Hoffmann hanno dedicato un ricordo affettuoso, probabilmente
non sarebbe d’accordo. La sua era sì un’etica, ma un’etica
sotto il primato della Ragione e quindi della conoscenza. Per lui la chimica
era anche, con le sue leggi razionali, una metafora della morale, e persino della
buona politica. «La chimica e la fisica di cui ci nutrivamo - scriveva
ne Il sistema periodico - oltre che alimenti di per sé vitali,
erano l’antidoto al fascismo (...) perché erano chiare e distinte
e ad ogni passo verificabili, e non tessuti di menzogne e vanità, come
la radio e i giornali».
Ma Levi avrebbe apprezzato i risultati ottenuti nei primi dieci anni della Convenzione
sulle armi chimiche, considerate per il loro basso costo l’atomica dei
poveri. I dati che Rogelio Pfirter e Ralf Trapp hanno presentato al Lingotto
sono incoraggianti. L’obiettivo è di eliminare tutte le armi chimiche
del mondo entro il 2012. Hanno aderito 182 paesi, Russia e Stati Uniti inclusi.
Al momento il 30 per cento degli 8,6 milioni di munizioni chimiche dichiarate
dagli stati membri è stato eliminato, e così pure un quarto delle
71 mila tonnellate di agenti tossici depositati negli arsenali. Inoltre delle
65 fabbriche di queste sostanze 41 sono state chiuse e 19 riconvertite a produzioni
pacifiche. Rimangono fuori della Convenzione alcuni paesi del Medio Oriente,
Egitto, Angola, Nord Corea. Il problema è che forzatamente ci si deve
fidare dell’autocertificazione, e serpeggia sempre il sospetto che i governi
si liberino delle armi chimiche che non servono più. Ma la coscienza su
questo tema cresce: nei prossimi anni i 200 ispettori della Convenzione controlleranno
quattromila siti».
Il congresso
Il 41° Congresso mondiale di Chimica pura e applicata vede l Lingotto di
Torino la partecipazione di tre premi Nobel: Roald Hoffmann, Robert Huber (premiato
nel 1988) e Kurt Wuthrich (2002). Coordinato dell’evento, che si chiuderà domani, è Giuseppe
Della Gatta, dell’Università di Torino. «Si è scelto
- spiega - di trattare soprattutto la chimica più vicina al cittadino
per mostrare quanto questa scienza, stia facendo per la salute, l’ambiente,
la tutela dell’arte, la pace. Ma con la presenza di Hoffmann abbiamo anche
visto la chimica mettersi in discussione. Si è fatto però un passo
avanti rispetto al riconoscimento che la scienza non è neutrale mettendo
in rilievo la questione educativa. L’etica ha bisogno di scienziati e cittadini
più consapevoli». Un rimpianto? «L’assenza di Vattimo,
che avevo invitato per avere il punto di vista di un filosofo».
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