23.10.2007
La chimica buona? Sarà verde
Ogni grande scienziato cela almeno una sorpresa. Roald Hoffmann, Premio Nobel per la Chimica e professore alla Cornell University di New York, ne racchiude molte: chi altro ha un sito Internet con il saluto «Benvenuti nella terra di Roald Hoffmann tra chimica, poesia e filosofia»?
Probabilmente nessuno. Ed è difficile trovare un altro chimico che riesca a spiegare la bellezza di una molecola di Co2, il veleno che ci fa sentire in colpa: «Come tutte le molecole, vibra, perché nessuna è immobile. Nel suo caso riscalda le molecole di ossigeno e di azoto nell'atmosfera, producendo il riscaldamento globale. E' un movimento continuo, che posso mimare con le mani e la testa. Ecco, non si ferma mai. In sé è una scena molto "pretty"».
Hoffmann è convinto che estetica e ricerca abbiano segrete connessioni e che tra le promesse del futuro ci sia la sua «Chimica Verde», pulita e risolutiva. L'ha spiegato sabato e domenica scorsi, al festival di BergamoScienza, con la sua voce bassa, le battute improvvise e la pazienza infinita del divulgatore perfetto. «Ho presentato anche la mia opera teatrale sui dilemmi della ricerca "Should've" Se si può, si deve? e ho fatto la mia lezione, spiegando le armonie della chimica».
Professore, molti la vedono bruttissima e sognano addirittura un futuro senza chimica. Tanti italiani la identificano con prodotti velenosi e mortali, che devastano il pianeta. Che cosa risponde?
«In realtà la chimica ha migliorato, e di molto, l'esistenza, producendo gli oggettisimbolo della nostra epoca, dai cd alle auto. E' vero che ha generato anche inquinamento e disastri, ma per quelli non possiamo che rimproverare noi stessi: chi ha acquistato i veleni se non noi? L'essere umano è strano: tende a ricordare il male e a dimenticare il bene. Eppure basta visitare il cimitero di Bergamo per vedere quanti morissero ancora bambini nei secoli scorsi. Oggi per sensibilità ecologica Hoffmann è convinto che gli scienziati debbano imparare a sviluppare un'etica della responsabilità sociale fortuna non è più così e questo progresso si deve anche alla chimica».
Ha una ricetta per uscire dal circolo vizioso sviluppoinquinamento che distrugge interi habitat?
«La lotta all'inquinamento deve nascere dalla sensibilità ecologica delle opinioni pubbliche e anche dagli scienziati che come cerco di rappresentare nella mia opera teatrale devono sviluppare un'etica della responsabilità sociale».
Ha un esempio concreto?
«Le marmitte catalitiche delle auto, il cui "padre", Gerhard Ertl, ha appena vinto il Nobel. Convertono gli ossidi di azoto e il monossido di carbonio, aiutando ad abbattere le emissioni ovunque, da Milano a Los Angeles, ma non sarebbero mai diventate realtà se non fossero passate le leggi che obbligavano i produttori a installarle. E le leggi nascono sempre dalla pressione politica della gente».
Lei è un sostenitore della «Chimica verde»: in che cosa consiste?
«Nell'ideare nuovi processi chimici più efficienti che consumino sempre meno energia e generino sempre meno rifiuti. Lavoro molto, negli Usa, per spingere all'efficienza e devo dire che voi europei vi state impegnando. A Ispra, per esempio, ci sono ottimi laboratori, in cui si esaminano i livelli di sicurezza di tanti processi produttivi».
Lei ama parlare di efficienza, ecologia, estetica: sostiene che il pensiero scientifico e il pensiero artistico si intrecciano: in che senso?
«Arte e scienza sono prodotti dell'essere umano, sono frutto di un lavoro creativo, comunicano concetti agli individui ed entrambe oscillano tra semplicità e complessità».
Vale a dire?
«L'ordine perfetto ci tenta, ma ci annoia: se disegno una montagna simmetrica, non è interessante. L'occhio, invece, si ferma se altero un lato e dall'altro aggiungo uno scalatore. Anche la scienza, che crea leggi generali, va sempre alla ricerca dei dettagli e dei cambiamenti e la chimica come dicevo descrive trasformazioni continue: è per questo è bellissima».
Bellissima?
«Certo. Che si tratti di molecole semplici o complesse amo dimostrare le loro armonie, confrontandole con le immagini di una villa palladiana e di una chiesa rococò, di un solido platonico e di un pezzo di pasta».
Lei è convinto anche che la chimica riveli somiglianze insospettate con la psiche: in che senso?
«La chimica è cambiamento e nei suoi confronti gli esseri umani hanno un atteggiamento contraddittorio: lo desiderano e lo temono. Se faccio sentire una canzone a un teenager, chiederà di ascoltarne altre. Ma se chiedo a un uomo medio se vuole cambiare moglie, non sarà così sicuro di sceglierne una nuova! Scherzo, certo, ma non più di tanto. Anche la chimica è ambivalente e può guarire o fare del male».
Lei punta a suscitare la meraviglia nei suoi interlocutori. Purtroppo in Italia le discipline scientifiche sono in una fase di crollo: come si risveglia l'interesse delle giovani generazioni?
«Bisogna saper parlare alle persone. So bene che molti hanno timore della scienza e che la considerano responsabile di tanti problemi. Ma la scienza non produce solo giocattoli sofisticati per i ricchi. Migliora la vita di chiunque. Bisogna spiegare lo ripeto che fa del male e del bene allo stesso tempo».
Ma come?
«Stabilendo intensi legami emozionali. Per esempio, spiegando le interazioni tra esseri umani e molecole e come le molecole interagiscono con il nostro organismo».
Gli scienziati, però, non sempre sono così ben disposti come lei: non devono comunicare meglio?
«Di sicuro. Devono badare meno ai loro amici e pensare alle persone e, soprattutto, abbandonare il gergo specialistico. Ciao!».
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