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15.10.2007

Quella camera con vista, sulla tortura

Fonte: L'eco di Bergamo

Ci sono tanti modi di descrivere Se si può, si deve? di Roald Hoffmann, visto sabato all'auditorium della Provincia per BergamoScienza nell'allestimento della giovane compagnia bergamasca Araucaima Teater.
Tutti corretti e tutti approssimativi. Questo dramma in 26 rapide scene (ma l'effetto finale è tutt'altro che rapido, anzi) è il testo divulgativo di un brillante scienziato, attento alle implicazioni etiche del suo lavoro: Hoffmann, chimico statunitense di origine polacca, ha vinto il Nobel nel 1981 ed è tuttora impegnato in importanti progetti di ricerca. Lo spettacolo è un dramma a tesi sul tema della responsabilità sociale di ricercatori e artisti.
Ma al tempo stesso è o vuole essere molto di più. Se si può, si deve? è anche un giallo psicologico sul suicidio di Friedrich Wertheim, uno scienziato di origine ebreo-tedesca sfuggito all'Olocausto, e sulla reazione a catena che esso innesca sui tre personaggi: la figlia Katie, anch'essa scienziata; il compagno di lei Stefan, un artista concettuale; l'ex-moglie Julia. Non basta: lo spettacolo è anche un apologo sulla fallacia intellettuale, un'inchiesta sullo scarto tra alta cultura (ricerca scientifica e artistica ne sono le moderne punte avanzate) e cultura di massa, uno sguardo sull'intellighenzia americana. E rappresenta il conflitto tra una ricerca proiettata sul futuro e le pesanti ipoteche di un passato che non si riesce ad elaborare. Troppi temi per un solo soggetto. Il risultato, alla fine, nei momenti migliori di una pièce rivista al meglio dalla regia di Alberto Salvi, è uno sguardo gettato dentro una stanza della tortura: Katie, Stefan e Julia giocano al massacro, consumando se stessi e la loro relazione nello sforzo di indagare la morte di Friedrich.

Questi si è suicidato dopo aver saputo che un gruppo terrorista si è servito di una neurotossina di sua invenzione. Il punto è che anche Katie sta conducendo ricerche suscettibili di un uso militare. Mentre Stefan usa la sua arte per gettare in faccia al pubblico le sue ossessioni anticlericali. E Julia - che vede, giudica e per larghi tratti conduce il gioco -si arroga la posizione della «gente comune». Il simbolismo dei personaggi è trasparente, anche troppo. In realtà ci sarebbe di più: le ossessioni etiche di Friedrich sono patologiche, e da ultimo egli ha anche scoperto che la sua famiglia, durante la guerra, è stata salvata da un nazista. Sulla testa dei personaggi si addensano le nubi di una paternità violata e incerta, e di una violenza pubblica e privata che né la ragione né l'arte riescono a padroneggiare.
Tutto questo, alla fine, non trova uno sbocco positivo: uno sbocco scenico, intendiamo, non testuale. Le domande restano tali, e troppe per riuscire a fare ordine. Resta una buona regia, che divide la scena tra i personaggi e il piano onirico (con musica e canti) delle vittime della scienza, quando essa è stata piegata al male. E resta la buona prova degli attori, su tutti Francesca Minutoli (Katie) a cui rispondono bene Luigi Guarnieri (Stefan) e Cinzia Portacce Zadykian (Julia).

 

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